Sono stata incoraggiata a scrivere queste righe a proposito dei petroglifi, incisioni sulla roccia che rappresentano l’espressione artistica di popoli preistorici e di una serie di popolazioni che vivono allo stato primitivo, incisi dagli indiani Zuni dal mio amico Davide, dopo che entrambi avevamo guardato con curiosità un documentario trasmesso da Focus, canale 56 del digitale terrestre, della serie “Enigmi Alieni”, nel quale c’è un’ interessante intervista all’anziano zuni Clifford Mahooty e all’archeologo Dan Simplicio, oltre all’intervento di una serie di altri studiosi ed esperti che affrontano questo affascinante tema. Ho registrato la trasmissione, sbobinato il contenuto, svolto ulteriori ricerche nella mia personale biblioteca e in rete, cercando di mettere insieme il tutto.

 

Gli  indiani  Zuni  considerano
Awonawilona  il   creatore ori-

ginario,   colui   che   prima si
trasformò  in  Sole  e poi gene-
rò le  nuvole  che a loro  volta
diedero   vita   al  mare, infine
arrivò la Madre Terra.

 

Il nome Zuni deriva da Sunyits, vocabolo dall’etimologia ignota; sono chiamati anche Àshiwi. Si pensa che con i Navajo e gli Hopi possano essere i discendenti diretti degli Anasazi. Si distinguono per il prezioso lavoro di intaglio delle pietre e per le splendide terrecotte decorate; essendo stati per secoli agricoltori i loro culti sono strettamente legati alla terra,  alla stagione del raccolto e al cielo. L’organizzazione sociale e religiosa del popolo Zuni si basa su quattro livelli allo stesso tempo sovrapposti e integrati (i clan, i gruppi delle kiwas - a formare “la Società  dei Kachina“- le società terapeutiche e infine le società sacerdotali). I 13 clan sono raggruppati nelle cosiddette sette fratrie. A questo proposito c’è da sottolineare l’importanza del numero sette per gli Zuni: la città “santa” Zuni che è considerata il Centro del Mondo è infatti suddivisa in sette parti corrispondenti ai sette quartieri del mondo. Questa città è stata edificata unendo sette villaggi molto antichi che ripropongono la medesima divisione del cosmo (cfr. le sette sfere). D’altra parte i loro antichi villaggi erano raggruppati di sei in sei con al centro un settimo villaggio e sulla base del principio settenario è fondata anche la gerarchia sacerdotale formata da sei Sacerdoti della Casa, sintetizzati nella Sacerdotessa Madre (la settima appunto). Ogni anno vengono scambiati cereali di vari colori: durante le cerimonie il rappresentante di ogni regione  riceve un chicco di grano simbolico: bianco (est) cui è associato il Lupo Bianco, giallo (nord) cui è associato il Leone di Montagna, rosso (sud) legato al Tasso Rosso, azzurro (ovest) accoppiato all’Orso blu, nero (basse regioni sotterranee), legato alla Talpa Nera del Nadir, una spiga multicolore (regioni superiori del cielo) associata all’Aquila Splendente o Multicolore dello Zenit, infine,  il punto centrale sintetizza e comprende gli altri sei. Gli Zuni hanno gruppi segreti e la loro società è di stampo matrilineare: si stabilisce al momento della nascita che l’individuo appartiene al clan della propria madre, tuttavia è in qualche modo “figlio” anche del clan del padre. Il bambino a 8 anni circa viene “iniziato” in un gruppo kiwa (gruppo maschile) scelto da uno dei genitori, ma nell’arco della propria vita un uomo può scegliere anche un altro gruppo kiwa. Appartenere a una società terapeutica (aperta anche alle donne) è cosa diversa che dipende dall’avere una malattia o dal fare una richiesta di guarigione, infine il clan di cui si fa parte influisce sulla possibilità o no di diventare sacerdote; comunque il culto più importante rimane quello dei Kachina.

 

Il primo contatto tra gli indiani Zuni, un tempo stanziati in un’ampia area tra il Nuovo Messico e l’Arizona, e gli Europei si registrò negli anni Trenta del XVI secolo, nemmeno vent’anni dopo la pesante sconfitta subita dagli Aztechi del Messico per mano di Cortés, allorché frate Marco di Nizza fu incaricato dal viceré di Spagna di guidare una spedizione affiancato da un ex-schiavo di nome Estevanico, per rintracciare le leggendarie Sette Città di Cibola, le cui strade si diceva fossero ricoperte d’oro, e invece s’imbatté in alcuni villaggi Zuni scevri delle immense ricchezze ambite dagli Spagnoli: frate Marco individuò da un’altura i muri chiari di mattoni che a suo dire brillavano come oro al sole e ne fu abbagliato. Qualcuno allora ritenne che il francescano e i suoi uomini si sarebbero dovuti spingere oltre, alla ricerca dell’oro, e così l’anno dopo partì un gruppo decisamente più corposo, composto da oltre 300 soldati spagnoli che si arruolarono come volontari senza salario, più un centinaio di Nativi, per così dire alleati, capitanati da Francisco Vasquez de Coronado, giovane hidalgo di stirpe nobile già governatore militare, con lo scopo di asservire le Sette Città di Cibola al sovrano di Spagna.
Alla fine la leggenda delle favolose città si infranse miseramente: le Sette Città di Cibola, esaltate dai cronisti dell’epoca, ingigantite dal passaparola, sognate dagli esploratori erano ancora una volta i villaggi Zuni sorti sull’alto corso del fiume Zuni, composti da case ad alveare alte fino a sette piani con poche camere e senza cortile, nelle quali non fu rinvenuta traccia d’oro né di pietre preziose.
La zona venne occupata nel 1598 dalle truppe di Juan de Oñate, che aspirava nuovamente a scoprire città traboccanti d’oro, accecato dall’effimera illusione dell’El Dorado: i suoi abitanti erano quelli che i Conquistadores descrivevano come i miti Indios de los Pueblos (il nome “pueblo” che indica le popolazioni del Sudovest vuol dire “villaggio” e lo si deve proprio agli Spagnoli che vi giunsero per l’appunto sul finire del XVI secolo) in contrapposizione ai nomadi Indios barbaros abituati ad assalire di sorpresa.
I missionari francescani purtroppo tentarono di imporre con la forza la religione cattolica:
1) vietando le cerimonie della tradizione;
2) imprigionando i capi;
3) distruggendo i luoghi sacri rappresentati dalle kiwas (stanze cerimoniali a pianta circolare semi-sotterranee atte a ospitare i rituali segreti).
La vita dell’intera comunità ruotava intorno ai sacri culti e la castrazione delle tradizioni native operata sistematicamente dai religiosi europei naturalmente ne minava le fondamenta: i Nativi, portati all’esasperazione, si ribellarono e il 10 agosto 1680 vennero uccisi 21 missionari e circa 400 coloni. La risposta, non immediata, fu una sanguinosa campagna di repressione e di riconquista, ma gli Zuni trovarono rifugio in una delle loro roccaforti più sicure in cima a un’alta e inaccessibile mesa. Nel 2000 furono censiti 7758 indiani Zuni. Oggi si ritiene siano circa 5000, confinati nella loro riserva di 40.000 acri a una trentina di miglia a sud di Gallup in una regione sul margine nord-occidentale del Nuovo Messico dove da coltivatori di mais, fagioli e zucca sono per lo più diventati allevatori di bestiame e dove più di ogni altra tribù ancora oggi custodiscono gelosamente le proprie tradizioni culturali e le profonde conoscenze astronomiche.

Le loro tradizioni e le loro credenze oggi sopravvivono nello straordinario sistema di preghiere, negli antichi rituali della mitologia e nei canti che vengono recuperati e attentamente indagati dall’anziano della tribù Clifford Mahooty e dall’archeologo Dan Simplicio, grazie ai quali sta riemergendo la  storia segreta di questo Popolo: una delle tribù indigene più antiche del Nord America (si pensa abitino nell’odierno Nuovo Messico da quasi 2000 anni, alcuni  Zuni che oggi vivono in Nuovo Messico proverrebbero dalle Rainbow Falls, sotto il North Rim).
Clifford Mahooty e Dan Simplicio hanno raccolto informazioni tramandate dalle generazioni passate alle generazioni attuali (gli Zuni possiedono una lingua unica non scritta, lo Zunian, pertanto i racconti e le canzoni sono da sempre narrati dai cantastorie) hanno esaminato le leggende e le poesie che rievocano la storia della creazione attuata da esseri soprannaturali venuti dal cielo per insegnare  agli uomini e alle donne come condurre al meglio la loro vita, ma soprattutto hanno trovato dei riscontri, a loro dire rilevanti, nei tanti petroglifi incisi sulle rocce nel deserto del Nuovo Messico.
Attraverso la decifrazione e l’interpretazione delle incisioni si cerca di rispondere alle domande con lo studio della più intima simbologia adoperata da questi Indiani per esporre le proprie nozioni sull’universo e sui misteri della vita.
E’ possibile che gli antichi siano stati testimoni di qualcosa di straordinario che rappresentarono con gli unici mezzi di cui disponevano.
Nelle culture degli abitanti del Nuovo Mondo e quella zuni è peculiare, troviamo l’affascinante leggenda del popolo delle stelle che arrivò sulla Terra, con l’intento di riprodursi, a bordo di “navi spaziali”: in passato i vecchi tra gli Zuni parlavano di una nave volante somigliante a un grosso uccello precipitata su un altipiano poco lontano dal villaggio di Zuni e gli Zuni, popolo superstizioso, sono da sempre attenti a quello che accade sopra le loro teste come denota l’elezione di un pekwin (il sacerdote del Sole) con il compito di seguire il percorso del Sole annotandolo su una parete della propria casa.
Studiando i petroglifi, Clifford Mahooty e Dan Simplicio si sono accorti che vi compaiono numerose figure a forma di stella (avrebbero individuato la supernova della Nebulosa del Granchio e altri corpi celesti). Pare che gli antichi zuni abbiano realizzato queste incisioni, descrivendo il luogo dell’universo da cui siamo venuti, intorno al 1200 a.C. eppure vi sono rappresentati personaggi che richiamano alla mente i moderni astronauti e che i Nativi definiscono “uomini dello spazio” o “custodi del mondo superiore” o ancora “esseri stellari”. Il popolo del cielo, d’altra parte, rientra tuttora nella mitologia e nelle pratiche religiose degli indiani Zuni.

 

Per  gli  Zuni,  oltre ai  vari  miti  dedicati  alle  singole
costellazioni,  è  degna  di  nota la   “cosmogonia dua-
listica, ossia la   concezione  che  spiega l’origine  e  la
struttura    dell’universo  formato  dai   regni  sacri, da
una parte, e dal problematico e  limitato  mondo degli
uomini,  dall’altra.  I  racconti  sacri  del  Popolo  Zuni,
inoltre,  descrivono il   cosmo  costituito da  sette sfere
attraversate da un asse verticale:

 

1) la sfera del Sole Padre;
2) la sfera della Luna Madre;
3) la sfera della Madre Terra;
4) la sfera degli Dei Gemelli;
5) la sfera della Dea del Mais;
6) la sfera dei Danzatori mascherati;
7) la sfera degli Dei Teriomorfi.

 

Mito della Creazione Zuni

All’inizio dei tempi Awonawilona viveva con Padre Sole e Madre Luna in alto, mentre Shiwanni e sua moglie Shiwanokia in basso. I sacerdoti della pioggia Zuni si chiamano Ashiwanni e la sacerdotessa della fecondità è Shiwanokia in onore di queste creature potenti che lavoravano con la mente e con il cuore.

All’epoca il mondo era avvolto nella nebbia (shipololo) che saliva al cielo come vapore, così Awanowilona con il proprio respiro creò le nuvole e i mari. Le nuvole, nate dal respiro del dio, sono gialle a nord, verde-azzurro a ovest, rosse al sud e argento a est. Le nuvole di fumo bianco e di fumo nero invece divennero parte integrante di Awanowilona, perché egli stesso è aria e attraverso la luce, le nuvole e l’aria egli fu il Creatore di tutta la vegetazione (la concezione Zuni di Awonawilona è simile a quella greca di Atena). A quel punto Shiwanni disse alla propria moglie che anche lui aveva intenzione di creare qualcosa e allora dalla propria saliva diede vita alle stelle e alle costellazioni che riempirono di felicità Shiwanokia che allo stesso modo creò la Madre Terra.

 

Come altre tribù indiane, anche gli Zuni chiamano la gente venuta dal cielo kachinas. In base alla storia della creazione Zuni, i kachinas scesero dal cielo sulla terra in tempi remotissimi attraverso un “portale speciale” con l’obiettivo di insegnare ai loro fratelli “minori” la retta via, ricongiungendoli alle leggi della creazione e donando loro cibo, conoscenza e saggezza, per destarli dal loro stato primitivo e aiutandoli con la loro esperienza. C’è un luogo d’emergenza, in quanto è l’entrata del quarto mondo (l’aldilà), che è il simbolo del posto da dove arrivano e dove si recano i kachinas: si chiama sipapu (gli Hopi identificano il sipapu, attraverso cui avrebbero fatto il loro ingresso nel mondo, con la sorgente d’acqua calda a forma di cupola che fuoriesce nei pressi della confluenza del Piccolo Colorado con il Colorado) vi fanno il loro ingresso i danzatori mascherati, basandosi su un calendario realizzato seguendo i ritmi delle stagioni e i solstizi d’estate e d’inverno; un cunicolo che porta sottoterra collega le kiwas al sipapu (il centro dei centri). Gli Zuni vennero trasportati nel mondo della luce (dove siamo noi oggi) da esseri provenienti dal cielo e ancora oggi a questi esseri soprannaturali, personificati dai danzatori mascherati, vengono dedicate cerimonie e danze che talora assumono toni di rappresentazione anche drammatici.
Ogni anno, tra la fine di novembre e gli inizi di dicembre, presso gli Zuni (tra gli indiani Hopi esistono tre cerimonie principali: il Soyal a fine dicembre, il Powamu o Danza del Fagiolo in febbraio e l’ultima a metà estate) viene organizzata la festa dello Shalako, una cerimonia importante durante la quale i danzatori scelti l’anno prima dopo avere studiato preghiere, provato a lungo le danze, effettuato sacrifici e pellegrinaggi indossano i tradizionali costumi che rappresentano i kachinas e celebrano l’arrivo degli dei sulla Terra. Il rituale si protrae per l’intera nottata all’interno di alcune abitazioni opportunamente allestite, segue una sorta di benedizione con offerta di bastoncini per la preghiera (ai bastoncini da preghiera vengono applicate conchiglie, penne -portatrici del respiro della preghiera- per le offerte agli spiriti che vengono invocati; i bastoncini vengono prima consacrati nel fumo del tabacco o con aspersioni di farina di mais) e di cibo.

 

Gli Zuni ritengono che quando i messaggeri   degli
spiriti delle nuvole hanno posseduto  una   propria
maschera in vita, dopo la  morte possono ritornare
a vivere sotto forma di  spirito, appropriandosi del-
la  maschera di  un  danzatore vivente.  Attraverso
una preghiera che  coinvolge i tuoni e i fulmini, gli
Indiani Zuni  credono si possa   permettere  ai  de-
funti di tornare sulla terra con le sembianze di una
nuvola. Essi non vengono  più  chiamati con il loro
nome , né riescono a parlare  potendosi esprimere
per la maggior parte delle volte  con versi e  grida
di   animali in  particolare   di  cervo:  del  resto  si
riteneva  che i  membri   della  «società   kachina»
avessero la possibilità dopo la  morte di rinascere
come cervi.

 

Se osserviamo le bamboline kachinas, che rappresentano gli dei discesi dal cielo, possiamo notare come alcune di esse  sembrino indossare strani caschi e addirittura tute che somigliano alle tute spaziali moderne, quegli stessi caschi e quelle stesse tute che si ritrovano incise nei petroglifi del Nuovo Messico e che rendono i personaggi raffigurati così simili agli odierni astronauti.
Del resto, anche solo da una lettura superficiale dei vari miti e leggende dei popoli del mondo, emerge spesso la presenza di creature provenienti dal cielo e dalle stelle che hanno avuto un ruolo determinante nella creazione dell’uomo e che sovente sono assimilati a dei: per rimanere nell’ambito della cultura nativo-americana, non solo gli indiani Zuni parlano di “esseri stellari”, ma anche i Cherokee,  gli Hopi, i Navajo e altri; nel gruppo delle religioni indiane si annoverano i culti dei popoli autoctoni del continente americano; nel 1830 nel Nord America i Nativi furono confinati in riserve, che comprendono circa trecento tribù, si adorava per lo più il Grande Spirito che genera la vita e la guida. Funzioni importanti vengono svolte dalla Sacra Pipa e dalle Danze. Presso i Cherokee si racconta che uno sparuto gruppo di cacciatori, attirato da due strane luci in cielo, le seguirono e arrivarono al cospetto di un paio di grossi esseri tondi simili a tartarughe piumate. Condussero le due grosse creature al loro villaggio ma presto esse mutarono in due palle di fuoco e  si sollevarono da terra librandosi nel cielo: un misto tra una strana tartaruga e un disco volante per chi vuole vedere misteri a tutti i costi.
Tra gli Hopi si celebra la “festa della danza della tartaruga”: questa cerimonia, l’Oku Shadei, consiste in danze e canti che raccontano dei due kachinas che sbarcarono sulla terra proprio da una grossa tartaruga (la tartaruga presso gli indiani Pueblo è considerata un animale sacro proprio perché incarna il mezzo di trasporto attraverso cui i kachinas si manifestarono nel mondo e monumenti rappresentanti tartarughe si rinvengono anche in  Messico in cui la tartaruga è un animale “totemico”, per esempio a Chichén Itzà, la principale divinità di Itzà emerse infatti da un guscio di tartaruga). Inoltre, ma questa è storia recente, si racconta che alcuni giovani Hopi il 13 agosto 1947, un mese dopo il presunto incidente di Roswell, salvarono un alieno precipitato con il proprio velivolo e lo chiamarono Stella Maggiore. L’alieno avrebbe raccontato agli Hopi la vera storia della terra, aggiungendo che gli uomini sono il risultato di un progetto genetico riuscito da parte di esseri extraterrestri.
I Navajo invece avevano battezzato la Valle della Morte in California, Tomesha ossia “Terra Fiammeggiante”: secondo le loro tradizioni era abitata da esseri che normalmente vivevano sottoterra ma che viaggiavano a bordo di veicoli volanti in grado di effettuare manovre repentine che spostandosi emettevano un forte suono e che i “cultori del mistero a tutti i costi” ovviamente  identificano con UFO. C’è chi azzarda l’ipotesi che la Valle della Morte possa essere stata addirittura teatro di una guerra atomica di cui tuttora recherebbe le tracce in città vetrificate come quella che nel 1850 l’esploratore americano capitano Ives William Walker avrebbe scoperto.
Una leggenda comune a varie Nazioni è invece quella dell’”Uccello del Tuono”: due cacciatori scorsero uno strano essere riconducibile a un grosso uccello ma anche a una sorta di razzo, uscire da un lago ed emettere un accecante bagliore e un fragoroso rumore. Sia i Chippewa sia i Sioux associano all’Uccello del Tuono  il dio Wakon. Curiosamente gli indios Waikano del Mato Grosso venerano il dio Wako arrivato sulla terra dal Rio delle Amazzoni scortato da una flotta di barche tonde come gusci di tartaruga e la tribù dei Karibi (Antille) ha il dio grande Wako con poteri straordinari e proveniente da lontano a bordo di strane navi volanti.

Gli Zuni, come la maggior parte degli uomini a tutte le latitudini e di ogni tempo hanno scrutato il cielo per collocarvi i loro dei e spiegare l’origine del mondo: è oltremodo curioso che abbiano raffigurato nei petroglifi del Nuovo Messico strani individui dalle grosse teste quadrate che sembrano indossare caschi e tute spaziali simili all’attrezzatura indossata dai moderni astronauti e che questi vengano ripresi sia nell’aspetto delle bamboline kachinas e dai costumi dei danzatori mascherati; se tutto questo risulta indubbiamente molto affascinante, resta il fatto che appare altamente improbabile che la  Terra sia stata visitata da intelligenze extraterrestri.
Oggi sappiamo che alcuni satelliti di Giove e di Saturno potrebbero ospitare forme di vita molto elementari e sappiamo anche che le stesse leggi fisiche vigono in tutto l’universo, ma la maggior parte dei pianeti extrasolari presenta orbite troppo allungate del tutto incompatibili con la vita a causa degli intollerabili sbalzi di temperatura; inoltre affinché un pianeta possa ospitare la vita deve ruotare attorno a una stella: di fatto più della metà delle stelle appartiene a sistemi binari il che complica molto le cose.
Se partiamo dal presupposto che nell’universo esistono centinaia di miliardi di galassie e che ciascuna di esse può contenere migliaia di miliardi di stelle, anche solo per la legge dei grandi numeri, è altamente probabile che esistano pianeti simili al nostro o che comunque mostrino le condizioni idonee allo sviluppo della vita: si stima possano esserci circa 10 milioni di possibili mondi di cui circa un terzo pronti a ospitare la vita, ma è davvero molto difficile comunicare con loro e praticamente impossibile viaggiare attraverso questi sistemi planetari.

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-Childress David H., Misteri e segreti delle antiche civiltà, le piramidi, le costruzioni megalitiche, i «fuochi sacri», la proto-metallurgia, le navi volanti e le altre enigmatiche, geniali invenzioni di epoche lontane, Newton & Compton Editori, Roma 2006 (Titolo originale: Technology of the Gods, 2000)

-Fagan Brian M., Antiche civiltà precolombiane, segreti e misteri alla scoperta di mondi perduti, Newton & Compton  editori, Roma 1980 (Titolo originale: Elusive Treasure, 1977)

-Fuso Silvano, Il libro dei misteri svelati, una lucida analisi denuncia millenni di superstizioni e inganni interessati, Castelvecchi, Roma 2010

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http://samorini.it/site/mitologia/brugmansia/mito-datura-zuni/
- Miti e Leggende dei Nativi Americani parlano di Esseri venuti dalle stelle.
http://noiegliextraterrestri.blogspot.it/2010/11/gli-esseri-stellari-nei-miti-e-leggende.html
- Rito di purificazione nell’acqua.
http://ivanmeacci.blogspot.it/2009/06/rito-di-purificazione-nellacqua.html

- Treccani- Enciclopedie on line, Zuni.
http://www.treccani.it/enciclopedia/zuni/